Glottocuriosità di OLI

1. UN POCO DI "ETIMOMACHIA" (marzo 2002)

Casana è una parola, comune al veneto (casana) e al genovese (casann-a), che indica un'organizzazione finanziaria un tempo dedicata specialmente ai prestiti su pegno, i cosiddetti monti di pietà (da notare che in genovese significa anche cliente, avventore).
Questa parola viene chiaramente dalla radice araba khazana (z = s sonora di rosa) che ha come significato principale il raccogliere, l'accumulare (in ar. khazna vuol dire cassa, tesoreria, khazzan, diga, bacino idrico, ecc.) da cui derivano inoltre l'it. magazzino (ar. makhzen), il fr. magasin, lo sp. almacén e il port. armasém (in questi ultimi esempi si nota l'articolo ar. al-).
Anche l'ingl. magazine ha la stesse radici, ma pur avendo perso l'antico significato che gli veniva tramite il fr. (e che ha conservato però soltanto nel gergo militare come riferito al contenitore di proiettili per armi automatiche), denota (dal 1731) piuttosto una raccolta periodica di articoli di vari autori. Quella che chiameremmo rivista se non fossimo così provinciali da ricorrere sempre più spesso (e a volte a sproposito) alla parola inglese, così esoticamente elegante.

***

2 . TOPONIMI. MA LA CITTÀ NUOVA È QUASI OVUNQUE (marzo 2002)

Che cosa hanno in comune i nomi di queste città?
Napoli (Italia) - Novgorod (Russia) -Yenisehir (Turchia, nella grafia corretta la s ha una virgoletta e si pronuncia come sc di scena, v. più avanti) - Newtown (Paesi di lingua anglosassone) - Nowshera (Pakistan) - Neustadt (Germania, Canada) - Newburgh (Irlanda, Usa)
Partendo da
polis, passando per shehir, gorod, ecc. abbiamo sempre il concetto di città e il concetto di nuovo (Sansk. nava).
Yeni ci ha dato inoltre giannizzeri (turco yeni- nuovo -çeri milizia). Shehir (Pers shahr) è città, passato poi in altre lingue linguisticamente "aliene" (v. il turco) o consanguinee (v. urdu e, penso anche hindi).
C'è poi lo stuolo di -burgh, -borough, -boro, tutti dal germanico città, specialmente fortificata, come il nostro borgo nel significato originale. Difatti una volta ci si fortificava, specialmente contro il vicino, quindi non è del tutto vero che è soltanto al giorno d'oggi che guardiamo gli altri con sospetto.

***

3. DAGLI ARMENTI ALLA GUERRA (aprile 2002)

Nell'antica civiltà pastorale il gregge e il bestiame in genere erano l'equivalente di ricchezza (come lo sono ancora oggi presso i popoli che hanno come maggiore attività economica l'allevamento). La parola Lat. pecu che indicava il bestiame e che ci ha dato pecunia e tutti i derivati e affini (sempre con il significato di denaro o ricchezza), è poi passata al Germ. e per la rotazione consonantica (v. legge di Grimm) è diventata faihu o fehu. Da qui al Lat. medievale feudum (tramite l'Antico Alto Tedesco) a feudo il passo è stato breve ed il feudatario, come possessore di grandi ricchezze e potere che doveva proteggere restando sul chi vive, era sempre pronto a dare inizio ad una faida, parola che ha tuttora il significato di lotta fra gruppi rivali, vendetta privata.
In Ingl e Ted. moderni abbiamo ancora, e ben vive, le parole fiend (Ingl) e feind (Ted.) con il significato di nemico (ma in Ingl. è rimasto a significare il diavolo come nemico per eccellenza) e poi fee (Ingl.) come diritto feudale e oggi specialmente onorario professionale. E si deve amaramente constatare che quando c'è odore di denaro ecco sorgere l'animosità

***

4. NON FA UNA PIEGA (NE FA TANTISSIME) (aprile 2002)

È straordinario come anche una parola in definitiva così banale come piega (latino plica) possa aver dato luogo ad una messe così nutrita e impressionante di derivati. Tralasciamo la vezzosa plica mongolica che rende così strani gli occhi degli (delle) orientali e apriamo il plico che abbiamo appena ricevuto dall'impiegato e nel quale ci sono compiegati dei pieghevoli pubblicitari (naturalmente in duplicato) che ci inducono esplicitamente ad osservare l'aggeggio di cui ci viene spiegata la funzione affinché lo si possa applicare con facilità. Ed è difficile ripiegare su posizioni più caute anche perché ci sentiamo implicati e abbiamo ormai dispiegato tutte le nostre energie e dobbiamo uscire da questo labirinto per non rischiare di inciampare in qualche ... piega.
È implicito che, siccome siamo moderni, al vocabolo pieghevole dovremmo preferire il più elegante dépliant pronunciato rigorosamente (ed erroneamente) con l'accento sulla "e" e spesso usato (sempre erroneamente) anche per indicare una pubblicazione in genere, dove monografia o catalogo sarebbero più appropriati.

***

5. CALLIFONIA. Il"TREND" DEI NEOLOGISMI È IN CRESCITA (maggio 2002)


Ci sono molte parole che lo sviluppo quasi travolgente del nostro tempo ci impone a ritmo serrato, per ragioni di comunicazione, come neologismi che nella grande maggioranza dei casi sono di origine anglosassone o meglio americana, e non toccano solo il campo tecnico. Se è vero che ogni lingua prende a prestito, dalle altre, vocaboli ed espressioni il cui uso diventa strumentale in un dato momento (salvo poi ad abbandonarli quando tale uso non è più utile all'economia linguistica o a conservarli se ritenuti indispensabili) è anche vero che ....
«C'è un "trend" a fare un mix che per quanto possa essere "intrigante" non so quanto possa giovare al "welfar" dell'individuo che magari sta vivendo un "tax day" per niente esaltante. Ed allora non resta che saltare su una "muntan" (orrendo!) bike e andarsi ad ascoltare un po' di musica "cauntry" oppure recarsi al "buling" e farsi una partita. Queste sono "suggestioni" che non creano "sàspense" (e neppure "suspanse").»
Lo so che il testo virgolettato qui sopra è irritante, ma questo è il modo in cui molti neologismi vengono o usati al posto di parole già esistenti nella nostra lingua oppure malamente pronunciati (ecco le sottolineature qui sopra) con la complicità dei mezzi di informazione, radio e televisione, che per la loro potenza suggestiva potrebbero (dovrebbero?) invece additarne, attraverso l'uso, la giusta pronuncia.
Chiave di lettura del testo (mi si perdoni l'inadeguatezza della trascrizione della corretta pronuncia, non potendo usare simboli fonetici): trend (inutile, c'è già tendenza); mix (idem, c'è già miscela, mistura); intrigante (accezione del tutto moderna nel senso di qualcosa che suscita interesse) welfar, (pronuncia errata di welfare = uélfe(a)r, benessere; ma per quanto riguarda il Ministero non andava bene Previdenza sociale?); tax day (inutile, come tutte le altre locuzioni con day); muntan (pronuncia errata di mountain = mauntin); cauntry (idem, di country = contry); buling (idem, di bowling = bo(o)ling); suggestioni (ritraduzione dall'inglese suggestion che significa suggerimento); sàspense (pronuncia errata di suspénse); suspanse (invenzione di un'inesistente parola francese).

***

6. MA CHI RISPETTA SALAAM E SHALOM? (maggio 2002)


La radice araba salama è quella che dà tutta una serie di parole, importate anche in italiano dove sono diventate di uso comune anche se a volte pronunciate in modo poco preciso. Il significato insito nella radice è quello di salvezza, sicurezza, integrità; così abbiamo silm o salam (a lunga) per pace, da qui salam 'aleikum "la pace (sia) con voi" il saluto consueto dei musulmani. Con il raddoppio della seconda lettera e cioè sallama abbiamo il significato di consegnare, affidare qualcosa qualcuno, anche un saluto e quindi salutare. Un altro esito è islam cioè sottomissione a Dio; qui la pronuncia giusta è con s aspra -o sorda- di "sera" (non quella dolce -o sonora- di "rosa") e con la a ovviamente lunga come detto sopra, il che attrae su di essa l'accento tonico. In altre parole si dovrebbe dire "isslaam" e non "ìslam" come quasi tutti dicono. Abbiamo poi ovviamente mùslim che dà in italiano "musulmano" (notare che qui anche in italiano la s è sorda benché intervocalica) come seguace dell'islam. Come curiosità citiamo "salamelecco" che viene chiaramente da salam aleik (forma familiare del saluto citato sopra e cioè "la pace (sia) con te") usato in italiano, per smanceria cerimoniosa, forse perché in arabo egiziano e turco la parola vuol dire salotto per ricevere?

Termino comunque con l'augurio che salam e shalom (il suo corrispondente ebraico) diventino davvero una realtà! In un futuro non così remoto come sembra oggi.

***

7. NOMI PROPRI (giugno 2002)


Sempre con l'intento di raddrizzare qualche uso errato di parole di origine araba vorrei citare il nome personale Abdel che come tale ... non esiste!

Infatti così vengono spesso distorti nomi come Abderrahman o Abdelkerim resi come Abdel Rahman o Abdel Kerim. 'Abd significa schiavo, erRahman e elKerim, sono rispettivamente "il misericordioso" e "il nobile", epiteti di Dio, e quindi "schiavo del misericordioso", "schiavo del nobile". In altre parole sarebbe più corretto scrivere Abd Elrahman e Abd Elkerim: infatti l'articolo el- o anche al- non si separa per nessuna ragione dalla parola a cui si riferisce (per il primo dei due nomi citati c'è inoltre la fusione della l, in presenza di alcune consonanti iniziali di parola quali r, s, t ed altre, che raddoppiano per effetto di tale fusione). Sembrano questioni inutili da sollevare, perché intanto ... . Però a me sembra che tutte le lingue e idiomi meritino rispetto.

***

8. IL QINTAR IN EGITTO HA UN ALTRO PESO (giugno 2002)

Se con i toponimi ci sono da fare delle scoperte interessanti (v. una precedente "glottocuriosità") quello delle unità di misura, espressione abbastanza fondamentale delle attività umane, è un altro campo affascinante ed estesissimo per chi ha curiosità linguistiche.
Prendiamo in esame la sola parola "quintale": secondo il Devoto-Oli (DEO), l'etimo è dallo spagnolo quintal, ma il Concise Oxford Dictionary (COD) - che gli assegna un valore di 100 o 112 libbre e infine quello a noi usuale di 100 kg -, lo riconduce ad un francese antico dall'arabo qintar. In effetti sia il dizionario Arabo Italiano dell'Istituto per l'Oriente (IPO), sia il Dizionario ELIAS, alla voce "qintar" (q é la k enfatica e la a ha suono prolungato) dicono che è un unità di peso di 100 ratl = 100 rotoli (v. più avanti); siccome il rotolo varia da paese a paese, anche il "qintar" varia da 44,93 kg per l'Egitto a 53,9 per la Tunisia, a ben 265,4 per la Siria (IPO alla voce ratl gli assegna per questo paese un valore di 3,202 kg, creando un bel po' di confusione). ELIAS specifica che il "qintar inglese" corrisponde a 100 ratl "in Spagna". E ritorniamo così alla casella iniziale.
La nostra parola di partenza si basa quindi sulla radice qntr. Secondo IPO, il vocabolo qantara in Iraq (p. f. accento sulla "a" e non sulla "i") ha il significato di "possedere ricchezze". A questo punto aggiungerei che pronunciare alcantàra il nome di un particolare tessuto, non ha fondamento etimologico, infatti i nomi della città spagnola (Alcantara), di quella egiziana (AlQantara) sia infine quello del fiume siciliano sono pronunciati correttamente "Alcàntara".
E per finire: il Dizionario Italiano Sabatini-Coletti (DISC) registra per quintale un vocabolo greco kentenazion pari a 100 libbre e per quanto riguarda rotolo dice essere questa un'unità di peso usata anticamente in vari luoghi d'Italia, con valore variabile (e te pareva!).
Ma con tale notizia non rischiamo di ... "andare a rotoli", perché in questa espressione la parola deriva dal latino rota = ruota!

***

9. VENTI (luglio 2002)


Questa volta voglio parlare di un tema che spero possa portare un po' di frescura in questi tempi afosi e torridi (scrivevo queste righe alla fine di luglio): il vento.
Se toponimi e unità di misura possono essere fonte inesauribile di glottocuriosità (vedi precedenti articoli), anche i venti non scherzano!
Accanto ai nomi che ci sono così familiari e di cui non facciamo tanta fatica a riconoscere origini o significato, così come tramontana, grecale, maestrale, libeccio, bora, scirocco ecc., ecco impetuosi o freschi, minacciosi o benefici, altri moti dell'aria come:
- harmattan, che, a mia notizia, è vento nordico dell'Africa Occidentale;
- ghibli, che dovrebbe essere un vento, sempre africano, del sud;
- habub, tempesta di vento nelle zone sabbiose e polverose dell'Africa subsahariana, la parola hubbub, ha in inglese in senso figurato il significato di confusione, gran polverone;
- simun (simum), vento secco e caldo dell'Africa e della Penisola arabica, forse da sum, in arabo, veleno;
- buran, vento delle steppe orientali?
- tifone, vento dell'Estremo Oriente, forse dal cinese per mezzo del portoghese?
- khamsin, dall'arabo "cinquanta" che in Africa orientale si diceva dovesse durare appunto cinquanta giorni;
- meltemi, vento delle isole greche che soffia dal nord e dovrebbe appartenere appunto ai venti etesii;
- föhn, e chi non lo conosce? Magari nella forma storpiata di fon (anche l'asciugacapelli!) o fen, e che i nostri vicini svizzeri amano chiamare favonio.
Insomma un bell'assortimento! Con poche certezze, da parte mia, sulle derivazioni e gli etimi: e se a questo proposito provassimo a fare un gioco fra di noi con proposte e suggerimenti (e non solo per i venti)?
L'Ippocastano ed io ne saremmo felici.
E comunque "Buone vacanze" a tutti, fresche e ventilate!

***

10. STAGIONE (settembre 2002)


Non basta il fatto che italiano, inglese, francese appartengano alle lingue indoeuropee perché l'etimologia delle parole coincida sempre. Prendiamo la parola "stagione": in inglese è season che secondo Oxford English Dictionary viene da medio inglese seson, tramite francese seison e poi saison come è attualmente in quest'ultima lingua, ma ciò derivererebbe dal latino sationem, il seminare, da serere. Abbastanza logico, no? E l'italiano? Secondo il Devoto-Oli e il Sabatini-Coletti, "stagione" deriverebbe invece dal latino statio, -onis, propriamente stazione, fermata del sole (che ci dà anche quella dell'autobus e del treno!) dal verbo "stare". Anche lo spagnolo estación e il portoghese estação parrebbero avere la stessa etimologia.
(È pur vero che altri autori propendono, anche per l'italiano, per una derivazione simile a quella riportata da OED).
È interessante vedere ciò che succede in altre lingue nelle quali i concetti di semina o di fermarsi non hanno per questa parola rilevanza etimologica: per esempio in tedesco stagione è Jahrezeit cioè tempo dell'anno e, guardando ad altre famiglie, piuttosto lontane come possono essere l'arabo (fam. semitica) o il turco (fam. uralo-altaica), ecco fassl (da una radice fasala che ha il concetto di separazione, divisione) o anche mausim o ancora waqt cioè tempo; in turco (che ha preso a prestito molte parole dall'arabo), abbiamo rispettivamente mevsim e vakit.
E speriamo che le stagioni mettano un po' di giudizio anche se in questi giorni non sembra!

***

11. PIEDI, TERRENI E FANCIULLI (ottobre 2002)

Sempre in tema di etimi, il prefisso ped- si presta ad alcune considerazioni interessanti: un pedologo ed un pediatra non sono senz'altro rispettivamente un conoscitore dell'infanzia o un medico dei terreni, ma viceversa un esperto di terreni ed un medico dell'infanzia. Eppure se ci fermassimo soltanto alla parte iniziale delle due parole - quella che hanno in comune - potremmo anche avere qualche dubbio fugato dalla nostra normale esperienza linguistica che, per quanto riguarda il pedologo, potrebbe anche non esserci d'aiuto, trattandosi di materia (la pedologia, greco pédon, suolo) piuttosto specialistica. In nessuna delle due parole, comunque, c'entra il piede (greco poús, podós) che è peraltro presente in pedone e pedaggio (dal francese péage, pagamento a fronte di un diritto a porre piede da qualche parte) e in pedometro (o contapasssi); ma quest'utima parola ha un sinonimo in podometro che ci conduce ditrettamente al parto podalico, al podologo (o podiatra), medico dei piedi, e anche a podagra dal greco "laccio per catturare un animale ai piedi": e la gotta è proprio un bel laccio doloroso.
Tutto ciò non ci impedisce di passare oltre, ma ci spedisce (in entrambe le parole c'entrano i piedi) all'altro significato di ped- e cioè di "fanciullo" (greco pâis, paidós) con il nostro amico pediatra (-iatra, dal solito greco iatrós, medico), il fastidioso pedante, probabilmente derivato da pedagogo (colui che conduce -ágein- il fanciullo) e il molto più problematico pederasta (amante del fanciullo) parola ormai penso disusata, soppiantata dall'esecrabile pedofilo. Lasciamo questi tristi aspetti del comportamento umano e, infilati i nostri pedalini e calzate le pedule andiamo a passeggio nella zona pedemontana, magari contando i passi con il nostro pedometro (a rieccolo!).

***

12. LETTERE ... TRASFORMISTE (ottobre 2002)

Questa volta parliamo di traslitterazione, della necessità, cioè di trascrivere in caratteri latini (il nostro sistema di scrittura) parole prese da altre lingue che ne adottano altri completamente diversi, per esempio dall'arabo o dai caratteri cirillici o greci. Spesso, poi, oltre a un'espressione grafica diversa ci si trova anche di fronte a suoni che nella lingua ricevente non esistono e che per forza di cose si è costretti a simulare. Una bella complicazione! specialmente non potendo fare ricorso ad una convenzione, come potrebbe essere quella dell'International Phonetic Association (IPA), riservata agli specialisti e che risulta ostica e di nessuna praticità di resa con i mezzi usuali (macchina da scrivere o computer, per non parlare di internet). Ci si trova di fronte a mostri come il tedesco Tschaikowsky o il francese Tchaikovsky che altro non sono che la traslitterazione del nome del compositore russo e che in italiano sarebbe meglio rendere (come spesso si fa) con Ciaikovsky. Ma anche per altre lingue che usano i caratteri latini non mancano le complicazioni: le lingue slave, dove la "c" è quasi sempre pronunciata come "z" sorda (cioè quella di "zero"), vedi il nome Vaclav, che suona come Vazlav (Venceslao), impunemente pronunciato "all'italiana". E poi ancora parole entrate in italiano, per esempio, dall'inglese come il chador, che si deve pronunciare "ciàdor"; si tratta del velo delle donne iraniane il cui uso dovrebbe essere limitato a quest'ambito nazionale: è infatti linguisticamente (oltre che culturalmente) errato estenderlo a paesi di lingua araba in quanto in arabo non esiste la "c" dolce di cena.
E con questo stendiamo un velo su tutto il resto, ma ci ritorneremo

***

13. LUNGA O CORTA, C'È DIFFERENZA! (ottotbre 2002)

In una puntata precedente del glottocurioso ebbi a dire, a proposito dei prestiti da altre lingue che essi sono spesso "... malamente pronunciati con la complicità dei mezzi di informazione, radio e televisione, che per la loro potenza suggestiva potrebbero (dovrebbero?) invece additare, attraverso l'uso, la giusta pronuncia".

Scusate se insisto nel puntare ancora il dito contro i mezzi della comunicazione, radio e televisione, in quanto elargitori della parola "detta". Sono loro i primi responsabili dell'odierna "cacofonia", seguiti a ruota dagli insegnanti di lingue (e qui mi aspetto irritate rimostranze se non querele). Le prime due entità, sia pubbliche sia private, potrebbero con un piccolo sforzo fare un'opera educativa sottile, e tutto sommato poco dispendiosa, addestrando opportunamente ad una corretta pronuncia quelli che parlano dalle loro finestre, anche mettendo in conto la prevedibile resistenza di certi personaggi poco inclini a farsi insegnare qualcosa. Per quanto riguarda invece gli insegnanti, ho il dubbio che molto spesso, dimenticando che una lingua è prima di tutto parlata e poi scritta, poco si curino di correggere certi grossolani errori di pronuncia - anche e specialmente sentiti fuori della scuola - non attirando l'attenzione sulle particolarità essenziali della lingua straniera che insegnano. Tutti sono d'accordo sulla necessità di imparare una seconda - quando non anche una terza - lingua, e nel far ciò, per rimanere nell'ambito dell'inglese, è obbligatorio per esempio far riflettere chi studia sulla notevole diversità fra i due sistemi fonetici e non solo come numero di suoni e sulla obiettiva difficoltà di articolazione. Non vorrei sembrare tedioso e cattedratico, ma a mio parere da questa superficialità possono nascere dei guai; un esempio: la quantità delle vocali, cioè la loro lunghezza. Mentre in italiano questa non ha praticamente nessuna importanza (un esempio: se dico "beello" invece di 'bello", do solo una diversa colorazione al mio dire) in inglese è un tratto pertinente; pensiamo un po' alle parole inglesi "piece " o "sheet " pronunciate con una "i" breve: si ha un comico e ... imbarazzante disastro!

***

14. QUANTI ARTICOLI! (novembre 2002)

Sembra quasi di entrare in un negozio e del resto la lingua è un negozio (dal Lat. nec, cioè nec+ otium, cioè niente ozio, e la lingua è dinamica). Ma torniamo all'argomento: l'articolo determinativo è una delle "parti del discorso" tanto care ai grammatici. Non è una parte di cui non si possa fare a meno, però, tant'è che in moltissime lingue non esiste perché la loro struttura non ne richiede la presenza. Infatti anche restando nell'ambito della famiglia (intendo quella indoeuropea) ecco le lingue slave: bulgaro, russo, ucraino, bielorusso, polacco, croato, ecc. (perdonatemi le molte omissioni dettate dallo spazio tiranno) o baltiche: lettone, lituano, o quelle indoarie: farsi, pashtu, hindi, bengali ecc. (idem) che lo ignorano. In quelle neolatine, invece, eccolo ben presente ed essenziale; infatti non vedo come si potrebbe parlare correttamente senza ricorrere ai tanti "il, lo, la, i, gli, le" che come elementi indipendenti anteposti al nome, sotto varie forme grafiche e foniche, fanno un po' da cemento in italiano, francese, spagnolo, portoghese ecc. (idem, idem) e ... non in romeno! In questa lingua neolatina abbiamo un'anomalia non di funzione, ma di posizione: l'articolo è (sorpresa, sorpresa) enclitico! si attacca cioè alla fine della parola come succede spesso nelle lingue scandinave. Del resto il romeno è anomalo anche per altri versi, specialmente dal punto di vista lessicale: essendo una sorta di isola linguistica in mezzo a parlate slave, ne ha inevitabilmente subito l'influenza.

Tornando alle lingue neolatine, ecco i nostri articoli assumere la dignità di vicari indossando una veste semantica, quella cioè di pronomi (sia pure atoni): "lo vedo (anticamente il vedo) = vedo lui.
Termino citando l'arabo, lingua geneticamente e strutturalmente ben diversa da quelle della nostra famiglia, ecco fare la sua comparsa l'articolo, con una sola forma "el" o "al" (si tratta solo di differenza di pronuncia); anche in questa lingua l'articolo assume una funzione grammaticale diversa in quello che si chiama "stato costrutto" che, semplificando, può essere considerato complemento di specificazione.
Spero di aver venduto bene i miei "articoli".

***

15. UN VIAGGIO AVVENTUROSO (dicembre 2002)

Una delle letture più affascinanti per un glorttocurioso è quella del vocabolario (come sostiene anche l'ispettore di cui racconta le avventure Petros Markaris). Si comincia cercando il significato di una parola, poi per associazione di idee viene qualche altra curiosità e si riparte a sfogliare il volume alla ricerca del nuovo lemma, ed ecco che per la strada si incontra un'altra parola che incuriosisce o che suscita un ricordo e ci si ferma a considerarla, ma ecco che .. e così via! Questo è per lo meno ciò che succede a me, è un meccanismo nel quale più di una volta sono stato intrappolato e dal quale posso uscire soltanto chiudendo il volume. A malincuore. Ma è anche un meccanismo che riserva molte sorprese ed è senz'altro fonte di arricchimento linguistico.
Prendiamo per esempio il prefisso epi- che tanto per cambiare ci viene dal greco con il valore di "parte esterna, aggiunta, sovrapposizione". Ho provato a contare i lemmi che lo contengono in un vocabolario di media mole: sono ben 155: da epicanto (la plica mongolica di M.me Chauchat che colpisce Castorp nella Montagna incantata) ad epizoozia passando per parole come epiploon o episinalefe che ben pochi di noi useranno nel corso della propria vita. Ho saltato di proposito la prima della serie e cioè epica perchè insieme ad altre sorelle (e sono una ventina nel numero che ho dato prima) non ha niente da spartire con le "cugine" tipo epicentro, epidemia, ecc. Infatti epica deriva da epos tramite epico e quindi ha tutt'altra origine.
Ritornando al nostro epi-, se poi iniziamo una operazione "chirurgica" e separiamo la seconda parte del lemma ecco aprirsi degli orizzonti sconfinati con, per es., epi-dermide che ci porta a pachi-derma, derma- tite, ecc. aprendo altri percorsi per un nostro nuovo viaggio che, con tale epi-logo, spero sia servito a stabilire un dia-logo e non sia rimasto un semplice mono-logo!

***

16. UNA PARTITA A SCACCHI (dicembre 2002)

Leggendo "L'anno della morte di Ricardo Reis" di J. Saramago ho riscontrato a pag. 200 quello che considero un errore di traduzione (in una traduzione che peraltro mi pare molto valida): parlando di una partita a scacchi si dice " ... il secondo giocatore rifletteva sul destino del vescovo". Il riferimento doveva essere in realtà all'alfiere, pezzo che in inglese si chiama bishop cioè, appunto, vescovo. Ma allora anche in portoghese ... A questo punto sono scattate le ricerche sull'amato vocabolario, anzi sui vocabolari; apro i vari coperchi di questi veri e propri vasi di Pandora e, mentre non trovo il corrispondente di alfiere in portoghese (il mio vocabolario è troppo piccolo), trovo che in spagnolo questo si chiama alfil che viene di peso dall'arabo dove appunto l'alfiere si chiama così, cioè "l'elefante", ma anche il nome in italiano ha la stessa origine (il Devoto-Oli dice "dall'arabo al-fil, elefante, attratto nella famiglia di alfiere"). Si potrebbe così dedurre che anche in portoghese non si chiami vescovo (bispo), ma forse sempre alfil e allora come si spiega il vescovo? Ho cercato lumi su un newsgroup di linguistica ed ho avuto come risposta che si, anche in portoghese, potrebbe essere bispo (vescovo) o anche delfim! (Ma quest'ultima versione non ci aiuta a comprendere la traduzione di cui sopra.)
E in francese? Sorpresa: l'alfiere si chiama fou! Con buona pace dell'omogeneità delle lingue neolatine. E in tedesco? Läufer, corridore! Ma in russo ..., ritorniamo nella giungla. (Per completezza, anche in turco e farsi il nome è fil).

Fuori dagli scacchi, l'altro significato di alfiere, come portabandiera ha origine anch'esso dall'arabo, al-fâris, cavaliere, e qui c'è un po' più di coerenza: lo spagnolo alférez e il portoghese alferes hanno chiaramente la stessa origine. Però anche nell'inglese ensign, che traduce sia insegna sia sottotenente (che portava la bandiera) o nel tedesco Fahnenträger o Fähnrich, aspirante ufficiale, c'è lo stesso concetto "militaresco" anche se con etimi diversi. Ma sempre con bandiere al vento!

***

17. IL VIAGGIO CONTINUA (gennaio 2003)

Nel mio intervento di novembre dello scorso anno avevo parlato del piacere (mi auguro non solo mio) di sfogliare un vocabolario. Questa volta mi sono imbattuto in un'altra serie di parole che appartengono ad un famiglia il cui capostipite è leggere che, come è evidente e, direi, scontato, viene dal latino legere. Ma questo verbo significava propriamente "scegliere, raccogliere" ed ecco allora eleggere, cioè "scegliere da" (ex-), con tutti i suoi derivati. E inoltre abbiamo anche la legione che è una raccolta di soldati. Che poi essi siano intelligenti, che usino cioè l'intelletto, è una questione di diligenza e forse quelli eleganti saranno anche prediletti, specialmente se dimostreranno dell'intelligenza.

È una "collezione" di parole veramente ragguardevole che comprende, sorpresa! anche i legumi in quanto essi sono di facile scelta e quindi raccolta. Questo è per lo meno quanto afferma J.T.Shipley nel suo "Dictionary of Word Origin", un vecchio libretto che mi permette viaggi incantevoli anche e specialmente perché spazia nel regno della lingua inglese aprendo orizzonti infiniti di ricerca e di curiosità. Proprio quello che ci vuole per un glottocurioso.


***

18. DITELO (ANCHE) COL CORPO (gennaio 2003)

Questa volta parlerò di qualcosa che solo in apparenza (almeno per me) non appartiene alla lingua e, lasciati da parte i miei amati vocabolari, attingerò anche a qualche mia esperienza personale per descrivere come l'atteggiamento del corpo può essere altrettanto, se non più compiutamente, espressivo della parola detta o scritta e senz'altro più sintetico di essa.

Tantissimi anni fa durante un viaggio in corriera da Ankara a Istanbul ci fu l'usuale sosta presso la cittadina di Sivrihisar (rocca puntuta) per ristoro e per uno scambio di passeggeri. Fra quelli che si univano a noi, un gruppo di giovani chiaramente provenienti dalla campagna e altrettanto chiaramente diretti a fare il servizio militare. Uno di essi al momento dei saluti non abbracciò il padre, ma ne prese la mano, la baciò e se la portò alla fronte quasi a chiederne una benedizione. Un gesto semplice e molto commovente, e pieno di significato, anche se probabilmente reso "normale" dalla consuetudine.

Negli anni 50 in Sudan mentre ero alle prese con certe ricerche idrogeologiche mi capitò di assistere al recupero di una mucca che era caduta in una fossa, per fortuna non troppo profonda (era la testa di un vecchio pozzo, interrita); il padrone, dopo aver legato con destrezza il capo dell'animale, in modo molto efficiente lo fece risalire con l'aiuto dei suoi compagni, poi, con colpo netto di coltello, gli recise un paio di centimetri della punta di un orecchio che gettò nella fossa: per ringraziarla di avergli reso la mucca? per compensarla della perdita della "preda"?

Ci sono centinaia di gesti come questi (e chi meglio di noi italiani ne conosce e apprezza l'efficacia?). Fra gli altri le varie forme di saluto, con la mano portata al cuore dopo la stretta di mano (uso, mi pare, specialmente medio-orientale), l'inchino alla giapponese, con le braccia penzoloni e le mani obbligatoriamente quasi posate sulle ginocchia; la battuta di tacchi del tedesco, non necessariamente un militare, allo stringere la mano della persona che gli è stata presentata, accompagnando lo schiocco con un rapido inchinarsi della testa (ma lo fa ancora qualcuno?); i tanti altri modi di inviare messaggi muovendo braccia, mani, testa, per un addio, un benvenuto, un insulto. Se ci fosse spazio vi descriverei il modo elaborato di stringersi la mano in uso nell'Asia centrale che ho letto recentemente in un libro. Forse un'altra volta; per il momento mi inchino anch'io per ringraziare chi mi legge per la sua pazienza.

 

***

19. PARLARE BENE E CONDURRE IN MODO DOCILE (febbraio 2003)

Era troppa la nostalgia per il vocabolario così, eccomi ancora qui; a parlare di parentele e nessi questa, sarà la volta di due famiglie, di parole che tanto; per cambiare vengono dal latino.

Non crediate che in questo incipit io sia impazzito o che lo sia la mia tastiera: ho cercato di riprodurre "al meglio" il modo di parlare di molti, moltissimi personaggi della radio e della televisione: giornalisti, editorialisti, presentatori ed altri addetti alla (dis)comunicazione; per loro, infatti, la punteggiatura e il conseguente ritmo del discorso sono qualcosa di oscuro, anzi un "optional" che può (deve?) essere accuratamente evitato. Con il risultato di una profusione di virgole, punti, punto e virgola, pause, gettati così a caso come una pioggia di parmigiano e con una gran pena per chi, come la gran maggioranza degli ascoltatori, è sensibile più o meno coscientemente ai fatti prosodici della lingua, specialmente detta. Ma non potrebbero questi signori essere obbligati a fare ogni tanto dei corsi di dizione, un po' come i poliziotti che devono esercitarsi periodicamente al poligono?

Dopo questa intro-duzione, come un antico doge o duca o duce (quest'ultima parola essendo stata epurata e sostituita dal più elegante e meno politicamente impegnativo "leader") vi voglio con-durre a visitare (non come medico condotto) una famiglia il cui capostipite è il verbo latino dûcere = condurre dal quale, con l'aiuto degli operosi affissi, tanti sono i pro-dotti che si de-ducono. Come acquedotto e viadotto, tutti figli di dotto, sostantivo col senso di "conduttura, canale", attraverso il quale scorre acqua o un fiume di auto o le lacrime che derivano dai fumi inquinanti di quelle.
Ma l'altro dotto, come aggettivo o sostantivo, appartiene invece al ceppo latino docêre = insegnare; e un dottore può essere un docente di tanta dottrina se siamo docili, cioè pronti a riceverne l'insegnamento.
(Nota: per marcare le vocali lunghe delle parole latine ho usato l'accento circonflesso.)

***

20. STORIE DI FAMIGLIA (febbraio 2003)

Quella che vi voglio presentare questa volta è una famiglia molto "prolifica" con rami cadetti e tanti parenti che sembrano lontani e non lo sono.

Come progenitore di tutti, il verbo latino àlere - allevare, nutrire - con il suo alter ego alescere - nutrirsi e crescere - che alimentano tutta la prole ( il prefisso pro- contiene anche un'idea di futuro).
Ma a volte si può avere anche una certa coalescenza - da co(n)alescere, crescere insieme - sia dal punto di vista della fisica, sotto forma di emulsione, oppure della biologia, come saldatura di due superfici a contatto o persino della linguistica, quando si fondono due vocali.

E non importa se nella famiglia c'è qualche proletario, purché ci siano sempre degli adolescenti, anche alti (da alescere), a far ben sperare; diverranno poi anch'essi degli adulti (sempre da adolescere).
Troviamo anche qualche membro della famiglia, come coalizione (anch'essa derivante da "conalescere") che, essendo nato in Francia, fa poi ritorno a casa, assieme ai cugini che colà hanno proliferato senza mai dimenticare la loro origine latina.

Se poi tutti i componenti di questa variegata famiglia saranno stati anche alunni studiosi e di buona indole, tanto meglio, così a nessuno verrà in mente di abolire i privilegi a loro derivanti da tale parentela che, però, è forse meglio non esaltare troppo perché mentre il Gabrielli e lo Shiply (che ho citato in altra occasione) sono propensi a dire che anche questa parola fa parte della tribù, il DISC avanza qualche dubbio.
Scusatemi se sono stato prolisso; attenzione, però, qui siamo in tutt'altra famiglia di cui forse faremo la conoscenza un'altra volta.

***

21. QUANTA ENERGIA! (marzo 2003)

Si direbbe che le parole greche che stanno alla base di "energia, lavoro" (ergon, energeia, ergasesthai) siano veri e propri onomaturghi, cioè "creatori di parole" che riescono ad organizzare quasi fossero cyborg.

Questo cy(bernetic) org(anism), tanto caro alle Guerre stellari, non si può certamente nutrire di argon, il gas inerte che proprio di energia non ne possiede visto che gliela toglie quella a- prefissa.
Ma ecco farsi avanti un taumaturgo (da ergazesthai) con il potere di compiere miracoli e che a volte può essere anche uno che lavora con le mani, cioè un chirurgo (kheir+ ergon) la cui specializzazione, non copre però, il trattamento dell'allergia. L'importante è che non sia un panurgo che essendo capace di qualsiasi azione, spesso è un farabutto e per questo lo manderemmo all'ergastolo.
In tutta questa organizzazione non può mancare un energico demiurgo che con la forza della sua personalità riesce a modellare gli eventi, specialmente ricordandosi di essere stato anche primo magistrato dorico.

E così via con erg, l'unità di misura, e tutto lo stuolo d'altre parole che hanno il prefisso "ergo-" sempre con il significato di lavoro. E il concetto di lavoro è rimasto, ovviamente, nel greco moderno ergàtis, operaio, ergastìrion, opificio; il tutto deriverebbe da una radice indoeropea, werg/uerg che ha dato work e Werke, rispettivamente in inglese e tedesco. Proprio una bella liturgia.

 

***

22. SALUTI E FORMULE DI AUGURIO IN ARABO (marzo 2003)

In questi giorni in cui il mondo arabo ci è così drammaticamente vicino, voglio presentare alcune delle formule di saluto o di augurio più usuali. Per ragioni di esperienza personale esse sono specifiche dell'area egiziana e sudanese, ma dato il sottostrato quasi esclusivamente religioso, penso siano di uso comune in tutto il mondo islamico con le inevitabili differernze di traslitterazione. Un piccolo avvertimento: il segno ' che uso qui di seguito non è un accento, indica piuttosto due suoni diversi inesistenti in italiano: una contrazione della faringe oppure un brevissimo arresto del flusso vocale.

Assalâm(u) 'aleikum: "la pace [sia] su di voi". Nella forma estesa suona: Assalâm(u) 'aleikum ua ràhmatu-llahi ua barakàtuhu: "la pace [sia] su di voi e la misericordia di Dio e la sua benedizione". Naturalmente esiste anche assalâm(u) 'aleik: "la pace [sia] su ti te", meno usato, anche se in genere ci si da del tu; da qui viene salamelecco.

Bismillahi: "nel nome di Dio"; si dice in genere quando si intrapprennde qualcosa, anche, per esempio, un viaggio. Bismillahi arrahmàn arrahìm: "Nel nome di Dio, il misericordioso, il compassionevole" è l'apertura di tutte (meno una) le sure del Corano.

Alhamd(u)-lillahi: "sia lodato Iddio"; in risposta per esempio alla domanda Zehi-lhàl?, oppure Ezzàiek?, che vogliono dire "come stai? [quale è la tua situazione?]". È un ringraziamento di carattere generico. Lo dice anche chi starnutisce e ciò dà la stura ad una serie di botte e risposte con gli astanti che purtroppo non ricordo.

Inscia'allah: "Se Dio vuole"; obbligatoria quando si fa una previsione o si eprime un desiderio che riguarda il futuro. Generalmente pronunciata (erratamente) "insciallà"

Allah ibarek fik: "Dio ti benedica" formula normale in Sudan (non so in quali altre parti del mondo arabo musulmano) in tutte le occasioni che implicano l'espressione di gratitudine o rispetto; per esempio l'ho sentita usare in una conversazione per dire a qualcuno che ha appena detto una cosa: 'ecco, è proprio quello che volevo dire io'.

Ahlan u sàhlan: "benvenuto!". Anche marhaba(n).

Sciùkran (dal verbo sciakara = ringraziare) è il modo colloquiale di dire "grazie" a cui si risponde con 'afuan; un poco più formale è kattalkhéirak che è la contrazione di Katthhara Allah kheirak: "possa Iddio aumentare il tuo bene", piuttosto formale.

Sabah alkheir, Mesa' alkheir: sono rispettivamente "buongiorno e buonasera" [al mattino, alla sera, il bene]; mentre Tusbah 'ala kheir: " [risvegliati nel bene] è "buonanotte"

E con ciò vi dico ma'assalama [con la salute, la pace] "arrivederci"

***

23. UN GRAN CATALOGO (aprile 2003)

Tanto per cambiare - si fa per dire - mi rivolgo a quel pozzo senza fondo che è la lingua greca dalla quale (e dalla civiltà di cui era espressione) abbiamo attinto a piene mani una gran quantità di parole dotte, ma anche di uso comune.
I nostri amici sono questa volta cata- e cato- con il senso di "giù", "verso il basso", ma "anche intorno a", "conforme a". Si tratta di tipetti molto prolifici: nei soliti dizionarii di medio calibro che io uso, incontriamo intorno a 150 discendenti.

Sfrondando un po' di nipoti e nipotini, otteniamo sempre un ragguardevole numero di parole, alcune delle quali sono di uso abbastanza frequente come cataclisma, "versare acqua, inondare"; catacomba con -cumba che Devoto-Oli deriva dal gallico nel senso di avvallamento e quindi qualcosa che sta sotto terra; lo stesso catalogo; il catarifrangente che ci aiuta nell'oscurità anche quando ci muoviamo portandoci appresso la nostra marmitta catalitica, sperando di non finire a catafascio e quindi su un catafalco anche se in questo caso pare ci sia un'incertezza di origine.

Così non crediate di poter fare un viaggetto in "catamarano", qui il greco non c'entra: sono di scena i naviganti dell'Oceano Indiano.

Volendo parlare aulico e forse un poco "dannunziano", potremmo diventare dei catafratti, con l'armatura completa a coprire anche il nostro cavallo, ed andare in battaglia, sperando che la nostra non diventi una catabasi né nel senso di ritirata militare, né in quello di discesa verso l'Ade.

Spero di non aver fatto cadere il lettore in catalessi!

***

24. ANCORA NOMI IN ARABO (aprile 2003)

Antonio Bozzo si chiede su TVSette (Supplemento del Corriere della Sera) di giovedì 24 aprile "Si scrive Bagdad o Baghdad? " e continua a segnalare tutta una serie di incertezze grafiche relative a nomi arabi, e non, venuti consueti nelle cronache di queste settimane. Vorrei umilmente fornire qualche chiarimento. È certamente più corretto scrivere Baghdad (e leggere comunque il nome della città con accento sulla seconda a) perché nel nome in arabo non c'è una g dura (del resto assente nella lingua classica) ma un altro suono, diciamo gutturale, sonoro, (assente in italiano) che è consuetudine traslitterare appunto con "gh". Iraq (letto con accento sulla a) va scritto proprio così perché la finale non è una "k" (cioè c dura in italiano) bensì un altro suono, diciamo ancora gutturale, sordo, detto anche enfatico, anch'esso assente in italiano. Per inciso si dovrebbe scrivere Maghreb e suq perché siamo sempre in presenza dei suoni appena menzionati.
Mentre per la comprensione da parte nostra delle parole in cui sono contenute, non è così grave pronunciare "gh" come "g" e "q" come "k", è più accurato rispettare la grafia, diciamo "colta", che ho indicato. Recentemente si è anche molto parlato di Bassòra o di Bàssora : la seconda è la pronuncia corretta (naturalmente gli accenti sono qui indicati soltanto per guida); in effetti basterebbe scrivere Bassra, come a volte si trova riportato specialmente in testi inglesi.
Delle parole menzionate da Bozzo, a parte kamikaze, sul quale non mi pronuncio, c'è anche jihad; questa dovrebbe essere propriamente "il jihad" e non "la jihad"; l'articolo femminile che viene generalmente usato mi pare si spieghi con il fatto che si ha in testa "la guerra santa" e sperando di non averne scatenato una, saluto quanti mi seguono in questo viaggio.

***


25. UNA SALITA UN POCO DIFFICOLTOSA (maggio 2003)

C'è un verbo in italiano, salire (salita), che mi ha sempre incuriosito per l'apparente strano travestimento che assume nelle altre tre principali lingue neolatine, francese, spagnolo e portoghese.
Infatti, in francese, salir (saleté) significa sporcare (sporcizia); in spagnolo salir (salida) uscire (uscita), come in portoghese, sia pure nella forma sair (saida). Tra parentesi ho indicato il sostantivo.

Se spostiamo il punto di vista alle altre tre lingue considerate abbiamo ora (in portoghese, j è pronunciato come in francese, non come in spagnolo!):
- sporcare [insudiciare]: spagnolo en-suciar (suciera); portoghese sujar (sujeira);
- salire [montare]: francese monter (montée); spagnolo e portoghese subir (subida);
- uscire [sortire]: francese sortir (sortie).
In parentesi quadre ho indicato i sinonimi italiani che confermano (se ce ne fosse bisogno) la radice comune delle nostre lingue neolatine.

Forse lo schema seguente, che mette in sequenza le quattro lingue: italiano, francese, spagnolo e portoghese, risulta più chiaro:

- salire/monter/subir/subir
- salita/montée/subida/subida

- sporcare/salir/ensuciar/sujar
- sporcizia/saleté/suciera/sujeira
- sporco/sale/sucio/sujo

- uscire/sortir/salir/sair
- uscita/sortie/salida/saida

Per quanto riguarda l'italiano: salire deriva da una radice greco latina, sal-, che ha l'idea di saltare, in definitiva: ascendere; montare da mon-, con l'idea di altezza (si pensi soltanto a monte). Entrambi i lemmi danno luogo ad uno stuolo di altre parole per mezzo dei consueti affissi.

Ma qui mi fermo: questa salita rischia di farci venire il fiatone!

***

26. UN OMAGGIO A SARAMAGO (giugno 2003)

Questa volta mi voglio concedere una vacanza per rivolgermi ad un altro dei miei "pallini" (pallino, in questo senso è stato ormai soppiantato da hobby, molto più moderno e soprattutto molto anglo-americano) e cioè i libri di José Saramago, il Premio Nobel portoghese. Solo apparentemente mi discosto così dalle consuete glottocuriosità, facendo delle citazioni che propriamente riguardano molto di più la letteratura e la "parola" piuttosto che la "lingua", ma che dalla prima per mezzo della seconda possono arrivare al nostro cuore e intelletto.
Nel suo "Manuale di pittura e calligrafia" (1977) al capitolo titolato "Primo esercizio di autobiografia in forma di racconto di viaggio", Saramago ad un certo punto scrive: "Credo che dell'Italia non sia stato detto tutto, ma certo che ne rimane pochissimo per il comune viaggiatore, armato unicamente della propria sensibilità e sospetto di parzialità confessa, che senza dubbio gli tapperà gli occhi di fronte a certe inevitabili ombre. Quanto a me affermo di essere sempre andato in Italia in uno stato di totale sottomissione, in ginocchio, " e ancora " L'Italia dovrebbe essere (mi si perdoni l'esagerazione, se in essa non ho compagni) il premio di essere venuti in questo mondo. Una divinità che sia davvero incaricata di distribuire la giustizia, e non gli affanni, esperta d'arte, dovrebbe mormorare all'orecchio di ciascuno di noi, almeno una volta nella vita : "Sei nato?, Allora vai in Italia". Proprio come chi se ne va alla Mecca, o in altri luoghi meno contestati, per garantirsi la salvezza dell'anima. "

Al di là del tono un poco elegiaco di queste frasi, io colgo degli spunti di riflessione del tutto personale, come, per esempio, " le inevitabili ombre " che io leggo come un dare atto del nostro (italiano) cinismo nei confronti del magnifico paese in cui viviamo e che cerchiamo in tutti i modi di diffamare, con comportamenti e parole dette e scritte. Forse la soluzione sarebbe quella (impossibile) di andare tutti in esilio per farci poi dire le parole della divinità e poi rientrare a casa. In ginocchio.
Scusate se ho deviato un poco dal corso, ma era troppa l'emozione che quanto letto sopra, e il seguito del racconto, mi ha suscitato.


***

27. Una lettera ballerina

La 'r' è una lettera un poco particolare. Infatti prendendo in esame il sistema fonetico che sottende l'uso dei caratteri latini, comune alla maggior parte delle lingue europee, ci si trova di fronte a differenze di pronuncia alquanto marcate.
Basti pensare alle vicende che questa lettera subisce in inglese: è evanescente in moltissime parole che iniziano con super- , sur- o surf- , surp- (sempre seguite da consonante). Oppure dà luogo ad una pronuncia, del tutto trascurata dal locutore italiano che nella maggior arte dei casi si ostina a pronunciare iron come "airon" mentre la pronuncia corretta è aien (con le limitazioni imposte da una trascrizione fonetica necessariamente imprecisa). Harry Bellafonte in una sua canzone fa infatti rimare iron con lion: cosa impossibile se avesse pronunciato "all'italiana".
Dovevo a questo punto parlare della 'r' francese, spagnola, portoghese e forse di qualche altra lingua europea e non, ma mi devo scusare con voi se per motivi personali, devo limitare a poche righe questa puntata del Glottocurioso.

Vi prometto di riprendere al più presto il nostro contatto.

A presto inscia'allah!

***

28. UNA LETTERA ... BALLERINA (seguito) (giugno 2003)

Come avevo anticipato, risolti quasi completamente i miei problemi, eccomi a proseguire la descrizione della nostra amica "r".
A conclusione di quanto ho detto per l'inglese (avendo peraltro solo sfiorato tutta la gamma di pronuncia di questa consonante in quella lingua), direi che essa non è mai pronunciata come in italiano.

Come, per restare nell'ambito delle lingue neolatine, non lo è nemmeno in francese, spagnolo o portoghese.
In francese ha quel caratteristico suono "grasseyé", di gola, che tutti conosciamo, per esempio, attraverso le canzoni.
In spagnolo ha qualche vibrazione in più che in italiano: lo spagnolo (castigliano) "madre" suona piuttosto diverso dall'italiano, ma in questo caso in spagnolo c'è anche la contiguità della "d" che ha in questa posizione e in quella lingua suono del tutto assente in italiano (è come th in inglese there); proviamo con una parola più semplice e affascinante, "amor", e sentiremo ancora la differenza.
In portoghese è generalmente come in italiano, ma se è iniziale o doppia o preceduta da "n" o "l", assume un suono gutturale che non è proprio come la "r" francese, ma si avvicina piuttosto al "ghain" arabo (ricordate Baghdad di una precedente glottocuriosità?); per cui "rio" è pronunciato in modo ben diverso di quello della stessa parola italiana. Tanto per ... semplificare le cose, in portoghese brasiliano, nelle stesse posizioni, perde in parte la sonorità del "ghain", ma è pur sempre diversa dalla "r" consueta.

Del resto anche restando in Italia e spostandoci a livello di lingue locali (qualcuno li chiama dialetti) specialmente meridionali, i nessi "tr" e "dr" suonano ben diversi dai corrispondenti del settentrione.

Credo di aver dato qualche argomento di riflessione senza tediare troppo.

***

29. SU, GIÙ, PIÙ, MENO (luglio 2003)

Tanto per uscire da una sorta di aurea mediocritas, la lingua fa ricorso a tutta una serie di parolette - si tratta sempre di prefissi e quasi sempre di origine greca - che servono a enfatizzare la grandezza di qualche oggetto o concetto.
L'uso moderno, specialmente nel campo informatico, e l'invadenza del linguaggio scientifico portato a livello delle masse (operazione meritoria purché se ne faccia uso intelligente) ci hanno ormai abituato a convivere con parole i cui prefissi, appunto, fanno far loro un salto verso l'alto, quasi un iniezione di ... "grandeur".

Così tutti andiamo al super-mercato o anche all'iper-mercato magari a comprarci un maxi-cono. Forse a volte si tratta di megalo-mania che ci fa usare parole sesqui-pedali, cioè ampollose e altisonanti.
Ma qui entriamo nel campo dei moltiplicatori (che piegano più volte, ricordate una precedente glottocuriosità?); infatti sesqui- vuol dire una volta e mezza. Ed è questa una famiglia molto numerosa che comprende intanto tutti i simboli (si noti simboli, non abbreviazioni, per cui è illegittimo usare il punto per esempio dopo kg) del Sistema metrico decimale, ora sistema SI. Così abbiamo deca, etto (hecto), chilo (kilo), miria, Mega (1000 kilo), Giga (1000 Mega), Tera (1000 Giga); soltanto questi tre ultimi hanno diritto all'iniziale maiuscola. Come si vede quintale - oggi ripudiato dai puristi - e tonnellata non appartengono alla serie, miria- (diecimila) non mi sembra sia stato mai usato seriamente; tutti e tre sono assenti dal SI. Per curiosità, nei paesi di lingua anglosassone ad evitare confusione con ton, nel linguaggio tecnico si usa dire megagrammi invece di tonnellata.

Poi vengono doppio, triplo, ecc. (ma settuplo, ottuplo, nonuplo chi li ha mai usati?) fino a decuplo.

Sul versante opposto, quasi per farci ritornare con i piedi per terra, abbiamo i prefissi che abbassano, come ipo- (ipo-calorico), micro- (microb(i)o), sub- (subnormale). Oppure, ritornando al Sistema SI, i de-moltiplicatori (mi si passi la parola) come deci- (decimetro = dm), centi- (centimetro = cm), milli- (millimetro = mm), micro- (micrométro = µm o anche micron), nano-, pico-, femto-, atto-. Notare che da micro- tutti i scuccessivi dividono per 1000 il precedente.

In vista delle vacanze ormai prossime (e per alcuni è forse una realtà che sta purtroppo per finire) auguro a tutti di non trovarsi a percorrere una super-strada con il rischio di trovarsi in un maxi-ingorgo nella fuga dalle megalo-poli.

A presto.

***

30. DI CAMELIE E DI DOVERI (settembre 2003)


"Dite alla giovine, sì bella e pura, ch'avvi una vittima della sventura" così la sventurataVioletta, capitolando, risponde al padre di Alfredo, Giorgio Germont, venuto a dissuaderla dal continuare nella relazione "peccaminosa" con il figlio in quanto questa, gettando discredito sulla famiglia, metterebbe in pericolo il prossimo matrimonio della di lui sorella, sì bella a e pura (La Traviata, Atto II, scena I).

 

L'ho presa un poco alla lontana (ma anche l'opera lirica è un fatto linguistico, o no?) semplicemente per quell'"avvi" che una volta nel linguaggio letterario significava "c'è". Del resto, ancor oggi, il verbo "avere" oltre alla funzione di ausiliare e di verbo transitivo, ha anche il significato impersonale di "esserci" (non v'ha dubbio). Significato ben presente nelle lingue neolatine non solo di ceppo iberico, spagnolo e portoghese, che hanno rispettivamente haber (no lo hay), e haver (hà), ma anche in francese (il y a). Nelle prime due lingue il senso di possesso è dato piuttosto dal verbo "tenere", rispettivamente tener e ter: confrontiamo con l'italiano regionale "tengo famiglia"; ma anche in francese tenir può voler dire "avere".

Le espressioni spagnole, tener que, haber de e quelle portoghesi, ter que, haver de significano "dovere"; forse anche l'italiano, per esempio nell'espressione tengo a precisare, ha lo stesso significato, infatti si può dire nel modo ampolloso del politichese, mi corre l'obbligo di precisare.

 

Tanto per aumentare non poco gli stimoli, vorrei aggiungere che l'inglese to obtain (dal latino obtinere, via il francese obtenir, ma guarda chi si rivede!) ha anche il significato, non frequentissimo, di "esserci", "esistere", si può dire per esempio: the situation obtaining in Europe just before the war per "la situazione che c'era in Europa immediatamente prima della guerra".

 

Per restare nell'ambiente ottocentesco dell'inizio del mio dire, concludo che avvi una bella varietà di significati e d'uso derivanti dai due verbi "avere" e "tenere" e per fortuna che le camelie della Signora non tengono odore, altrimenti vi avrei vieppiù inebriato .

***


31. UN BEL GUAZZABUGLIO (ottobre 2003)

Oltre ad essere un patito della lettura dei vocabolari (come ho più volte avuto modo di dire), mi piace anche andare "a ruota libera" sulle ali della fantasia, ovvero come si dice anche in inglese essere un "freewheeler".

Povero inglese, così diffuso in tutto il mondo e così storpiato, specialmente dai nostri comunicatori della televisione o della radio che a tutti i livelli (non importa il grado di cultura del personaggio) non si vergognano di continuare a pronunciare in qualche modo quelle parole che la notizia o il programma mettono loro in bocca senza curarsi minimamente di verificare se stanno dicendo delle castronerie. (Ma anche i doppiatori del cinema non scherzano).

Qualche esempio: "country" è ormai pronunciato "cauntri" invece del corretto "cantri" (come di consueto chiedo scusa per l'imprecisione grafica dei suoni); "Yorkshire" diventa "iorcsciaiar" invece del corretto "iorcscer" (e del resto il suffisso "-shire" per "contea" deve sempre essere pronunciato "-scer"); "choir", coro, l'ho sentito dire "cioir" invece del corretto "cuaiar" in un programma musicale dove veniva presentato quello celebre di St. Martin in the Fields; "ballet" diventa "bàllet" o addirittura "bòllet" invece del corretto "balé"; "beret" (che si dice beére e non beret) è il copricapo famoso dei "Green Berets" dei quali mi pare fosse John Wayne, ci ha tramandato le gesta; restando nell'ambito militare abbiamo poi il "Corps of Engineers", corrispondente al nostro Genio, che pronunciato "corps ov e." (invece di "cor ov e.") fa diventare "cadavere" (corpse) il povero ingegnere.

E che dire di "management" (ma non basterebbe dire "dirigenza"?) che è pronunciato impunemente "manàgement" invece del corretto "mànigment"? e "welfare" che è diventato "uelfar" invece del corretto "uelfear"? (insisto, che cosa c'era di sbagliato nel "lavoro" ?).
È pur vero che l'inglese a bizzarrie grafico-fonetiche non è secondo a nessuno (non oso pensare come i personaggi di cui sopra pronuncino il nome della salsa "Worcestershire"- correttamene "uorstersher"- ), ma proprio per questo occorre mettere una cura particolare nel maneggiarne le parole: basta il più delle volte un'occhiata ad un dizionario, anche il più modesto.
Dimenticavo, la parola che dà il titolo a questa glottocuriosità è la combinazione di "guazza" e "garbuglio" e denota una bella confusione e pasticcio.

 

***

32. C'ERA POSTA PER ME ... (ottobre 2003)

Questa volta voglio dare spazio ad un messaggio ricevuto a proposito del mio precedente guazzabuglio ed alla mia risposta; mi pare che un dialogo con i lettori sia una buona idea. Naturalmente nessuno di noi possiede la verità rivelata e vuolfare il dittatore linguistico, però ogni tanto una scrollatina ...

Ho ricevuto da Marco, lettore assiduo, di Oltre il Giardino altri esempi di storpiature dell'inglese che voglio riproporvi.
Ti faccio esempi reali: 1) "adesso ti foruardo  la mia email" ! (to forward)(Resp. Mktg di una società), 2) "i nostri computer rannano tutta le sera"! (to run) (Prof del Politecnico di  Milano) 3) "numero delle filiali rollate come da prospetto" ! (Formatore di Società di consulenza  per una primaria Banca) (roll-out) 4) e poi i vari "deliverare soluzioni" ! (to delivery) - "declinare soluzioni software" !
Verrebbe la voglia di scrivere una sorta di  "Stupidario: consigli ai manager per parlare in pubblico senza fare la figura  dello scemo" ... magari potrebbe essere un'idea.

Mi ha fatto molto piacere ricevere il messaggio di Marco anche perché ho constatato di non essere l'unico a sentirsi solo in questo mare di balordaggini.
La lingua deve essere senz'altro dinamica altrimenti parleremmo e scriveremmo ancora come ai tempi, che so', del Vasari, e nessuno si sogna di ripudiare parole "foreste" che ormai hanno un posto confortevole e onorevole nella nostra lingua,  ma fra dinamismo e sciatteria ce ne corre.

Marco ha scoperchiato un bel vaso di Pandora con il suo messaggio! Aspetto altri contributi...

 

***

33. DINAMICA LINGUISTICA

Vorrei tornare un momento sulla "dinamicità" della lingua.
Io posso anche tollerare "testare" perché effettivamente è forse più specifico di "provare" e meno lungo di "sottoporre a prove" e condensa in una sola parola procedimenti che il solo "esaminare" forse non sarebbe in grado di precisare; probabilmente lo stesso commento vale anche per "implementare" in luogo di "effettuare, mettere in atto", che del resto ci viene dal latino implêre, riempire, tramite l'inglese. Ma "allocare" per "destinare", mi sembra molto meno appetibile anche perché usando o l'uno o l'altro verbo ci si deve appiccicare, comunque, "risorse o mezzi" mandando a gambe all'aria la presunta sinteticità.

Non so se fanno parte dello stesso fenomeno dinamico parole come (ministero del) "welfare"; o "minimum tax"; o i ricorrenti "tax day". Qualche settimana fa si parlava di "Cig-day" (Corriere della Sera del 2.10) e ciò mi sembra umiliare la lingua.
Con queste omologazioni statali, politiche o della grande stampa, tutte queste parole o locuzioni entrano nella lingua di tutti i giorni. Altra cosa è però la storpiatura o l'inutile sostituzione di una parola nativa e collaudata con altra, specialmente inglese, soltanto per un vezzo o per sciatteria. Vorrei ripetere quello che ho scritto la volta scorsa e cioè che nessuno di noi possiede la verità rivelata e vuol fare il dittatore linguistico, però ogni tanto una scrollatina ...

A proposito di prestiti linguistici mi auto-cito con una frase a conclusione di un articoletto su analogo argomento che scrissi nel 1997 per una sorta di giornalino aziendale. "Poi, se ripenso a quanto sopra e alle parole la cui errata pronuncia spero non sia qui per restare, mi sovvengo, come in un incubo - non per la parola in sé beninteso - di un vocabolo molto usato in italiano, "camion", che nessuno si sognerebbe di pronunciare oggi come nella lingua d'origine. E allora ..."

***

34. PARLIAMONE BENE (novembre 2003)


Mi sono accorto di avere trascurato la consultazione "mirata" degli amati dizionari e quindi la ricerca e scoperta di "famiglie", più o meno affollate, di parole. E così propongo quella che, come capostipite, ha l'inevitabile prefisso greco, questa volta eu col significato di "bene", "buono". Il mio dizionario DISC elenca ben 150 parole; dopo aver allontanato dalla famiglia tutti i membri, a mio giudizio, non pertinenti sono rimasti una quarantina di individui. Alcuni di essi sono termini altamente scientifici o gergali che ben difficilmente incontreremmo, per cui non parlerò nemmeno di essi. E allora?
Ecco che cosa è rimasto.
Intanto eu- «Primo elemento di composti dotti e del linguaggio scientifico col valore di "bene", "buono"», poi:
eucalipto composto. di eu- e gr. kalyptós "coperto" per la forma a cappuccio dei fiori. (1820)
eucaristia o eucarestia . «Sacramento centrale del cristianesimo» «Ostia consacrata»: «dal lat. tardo eccl. eucharìstiam, gr. eukharistía propr. "riconoscenza" comp. di êu e un deriv. di kháris (genit. kháritos) "grazia»
eudermia med. Condizione normale della pelle; comp. di eu- e -dermia · a. (1956)
eufemismo «Figura retorica che consiste nell'attenuare l'asprezza di un concetto sostituendo al vocabolo proprio una perifrasi o un altro vocabolo sentito come più riguardoso della sensibilità altrui» · gr. "dire parole (phemízein) bene auguranti (êu)"; sec. XVII
eufonia «Gradevolezza di suono; in partic. ricerca di armoniosità nell'incontro di suoni all'interno di una parola»;composto. di êu e phone "voce"; sec. XVI
euforia «1. Sensazione di potenza inventiva, di ottimismo, di contentezza 2. estens. Allegria individuale o collettiva», deriv. di éuphoros "favorevole", propr. "che si porta (-phoros) bene (êu)"; (1829), tramite l'ingl. euphory, gr. euphoría
eugenetica «Branca della medicina che studia la possibilità di migliorare la specie umana attraverso il prevalere di caratteri ereditari considerati favorevoli»; comp. di eu- e genetica (1915)
eulogia dal gr. eulogía "benedizione", comp. di êu "bene" e lógos "discorso"; sec. XVIII
euritmia «1. Disposizione armonica delle varie parti di un'opera spec. architettonica · equilibrio, proporzione2. med. Ritmo regolare del polso»; dal gr. eurythmía, comp. di êu e rhythmós "ritmo"; sec. XV
eutanasia «Morte indolore, senza patimenti»; dal · gr. euthanasía, comp. di êu e thánatos "morte" · sec. XVI
eutrofizzazione «In ecologia, aumentato apporto a un ambiente acquatico di sali fosforici e composti azotati che determina un aumento del fitoplancton e una diminuzione del tasso di ossigeno nell'acqua, . (1982); deriv. di eutrofia (gr comp. di êu e un deriv. di tréphein "nutrire" ; 1834)
Infine: (e)vangèlium dal gr. euangélion "buona novella" comp. di êu e ángelos "messaggero" · sec. XIII.
A questo punto Per favore non mandatemi gli euzones (dal gr. éuzonos propr. "ben cinto", comp. di êu e zone "cintura";. 1901) per punirmi se vi ho tediato.
PS Le citazioni sono fra «» e sono anche riportati l' anno o il sec. in cui la parola si è attestata.

 

***

35. DARE I NUMERI (prima parte) (novembre 2003)

Questa volta voglio parlare di un altro affascinante argomento linguistico: i numeri. E metterò a confronto i nomi della prima decina, più cento, in varie lingue.

Partiamo dalla famiglia indoeuropea e dai quei suoi rami che riguardano l'Europa.

Le principali lingue neo-latine o romanze hanno:
(italiano) uno - due - tre - quattro - cinque - sei - sette - otto - nove - dieci -- cento
(francese) un - deux - trois - quattre - cinq - six - sept - huit neuf - dix -- cent;
(spagnolo) uno - dos - tres - cuatro - cinco - seis - - siete - ocho - nueve - diez -- ciento;
(portoghese) um - dois - três - quatro - cinco - seis - sete - oito - nove - dez -- cem;
(romeno) unu - doi - trei - patru - cinci - sase - sapte - opt - noua - zece -- suta;
C'è una bella concordanza che deriva evidentemente dal progenitore, anche se patru, zece e suta in romeno lasciano un po' perplessi.

Nelle lingue germaniche:
(inglese) one - two - three - four - five - six - seven - eight - nine - ten -- hundred;
(tedesco) eins - zwei - drei - vier - fünf - sechs - sieben - acht - neun - zehn -- hundert;
(olandese) een - tvee - drie - vier - vijf - zes - zeven - acht - negen - tien -- honderd;
(islandese) einn - tveir - thrir - fiórir - fimm - sex - sjö - átta - nîn - tiu -- hundrad.

E quest'ultima (nella quale ci sono un paio di imprecisioni grafiche dovute alla carenza dei caratteri qui disponibili) ci porta alle lingue scandinave:
(svedese) en - tuå - tre - fyra - fem - sex - sju - åtta - nio - tio -- hundra;
(danese) en - to - tre - fire - fem - seks - syv - otte - ni - ti -- hundrede;
(norvegese) en - to - tre - fire - fem - seks - sju - åtte - ni - ti -- hundre;

Nelle lingue baltiche abbiamo:
(lettone) viens - divi - trîs - cetri - pieci - seshi - septini - astoni - devini - desmit -- simmts;
(lituano) vienas - du - trys - keturi - penki - sheshi - septyni - astuoni - devyni - desimt -- simtas;
L'estone appartiene a tutt'altra famiglia, quella ugro-finnica del gruppo uralo altaico, e quindi non viene qui preso in esame.

Per il momento mi fermo, non vorrei che anche chi mi legge cominciasse a dare i numeri!.

***

36 DARE I NUMERI (conclusione) (dicembre 2003)

Continuiamo il viaggio e, restando sempre nella famiglia indo-europea, vediamo ora le principali lingue slave, nelle quali si nota un certo grado di omogeneità:
(russo) odin - dva - tri - cjetirje - pjat' - sciest' - sjem' - vosjem - djevjat' - djesjat -- sto;
(ucraino) odin - dva - tri - ciotiri - p'iat - scest - sim - visim - devjat' -- sto;

(ceco) jedan - dva - tri - ctiri - pet - sest sedm - osm - devet - deset -- sto;
(slovacco) jeden - dva - tri - stiri - pat - sest' - sedem- osem - devät - desat -- sto;
(polacco) jeden - dwa - trzy - cztiri - piec - szésc siedem - osiem - dziewiec - dziesiec -- sto;

(sloveno) èn - dva - tri - stiri - pêt - sest - sedem - osem - devêt - desêt -- stô;
(serbo-croato) jedan - dav - tri - cetiri - pet - sest - sedam - osam - devet - deset -- sto;
(bulgaro) edin - dva - tri - cetiri - pet - sest - sedem - osem - devet - deset -- sto;

Se ci muoviamo fuori d'Europa, rivolgendo l'attenzione alle lingue indo-arie, ecco la situazione (traslitterazione permettendo):
(farsi, ovvero persiano) jek - do - se - chahar - panj - ses - haft - hasht - noh -- dah;
(urdu/hindi) ek - do - tin - char - panch - che - sât - ât - nou - -das;
(pashto) yau - dua - drei - tsalare - penza - shpag - owa - ata - naha -- las;
(curdo) jak - du - se - chwar - penj - shash - hawt - hasht - no -- da;
(tagik) yak - du - se - chor - panj - shash - haft - hasht - nöh -- da;
E qui si nota l'origine comune.


Ma ben diverso è il quadro quando andiamo in visita presso un'altra grande famiglia e cioè quella delle lingue uralo-altaiche;
Ramo turco (altaiche)
(turco) bir - iki - uç - dört - bes - alti - yedi - sekiz - dokuz - on -- yüz;
(uzbeco, kazak, kirghiso, uiguro, tutte lingue delle repubbliche dell'Asia centrale) i numeri sono molto simili a quelli turchi, sempre tenendo conto della traslitterazione dalle grafie che vanno dal cirillico, all'arabo-persiano.

Ramo ugro finnico (uralico)
(suomi, finlandese) yksi - kaksi - kolme - neljä - viisi - kuusi - seitsemäm - kahdeksan - yhdeksan - kymmenen-- sata;
(estone) üks - kaks - kolm - neli - wiis - kuus - seitse - kaheksa - üheksa - kümma -- sada;
(magiaro, ungherese) egy - ketto - három - négy - ot - hat - hét - nyolc - kilenc - tiz -- szász;
Qui si fa veramente fatica a capire come ci sia parentela (se non quella dovuta a caratteristiche strutturali) sia fra le lingue del ramo sia con quelle del ramo altaico.

Credo che questa ubriacatura "numerica" sia sufficiente e, a meno di curiosità di chi legge, che per quanto mi è possibile sarò ben lieto di soddisfare, considero chiuso l'argomento.

 

***

37 DI PAROLE, RADICI E IDEOGRAMMI (gennaio 2004)

Voglio parlare ancora (tanto per cambiare) dei miei amici vocabolari o dizionari, ma questa volta dal punto di vista dell'organizzazione che assumono in varie lingue e mi riferirò a quelle di cui possiedo un testo.
Quando pensiamo alle lingue che ci sono consuete - quelle "europee" tanto per intenderci - non abbiamo nessuna difficoltà nell'immaginarci che, poniamo in portoghese o spagnolo, i vocaboli siano elencati in ordine alfabetico della loro iniziale, come avviene in italiano (o in inglese, francese, tedesco ecc.).
Ma che cosa succede per esempio in un vocabolario arabo, in una lingua, cioè, che ha una struttura così tanto diversa da quelle citate?
Le parole della lingua araba sono una modificazione, ottenuta per mezzo di affissi, rafforzamenti, variazioni vocaliche ecc, di radici composte per la massima parte di tre (eccezionalmente quattro) lettere (consonanti). Il lettore attento di queste mie note ricorderà la classica radice k-t-b (kataba) che contiene il senso di "scrivere" o quella kh-z-n (khazana) con il senso di "accumulare". Nei vocabolari arabi parole come maktab (ufficio), kitab (libro), kâtib (impiegato, letteralmente scrivente), maktûb (scritto), maktaba (biblioteca, libreria) e anche la famosa Kutubyya di Marrakech ecc. sono elencate appunto sotto la radice ktb e non nell'ordine alfabetico che loro competerebbe in una traslitterazione nelle nostre lingue. Così sarà per khazna (deposito), makhzen (magazzino).
In altre parole, per rimanere negli esempi fatti, non troveremo mai nei dizionari arabi la sequenza kâtib, khazna, kitâb, maktab, makhzen, maktûb.

Immaginiamoci la difficoltà di consultazione di un vocabolario cinese dove, ammesso che si sappia leggere, contano i tratti componenti i radicali degli ideogrammi più quelli degli elementi fonetici.

Ritornando, per così dire, in famiglia, cioè in quella indoeuropea, un dizionario farsi, anche se questa lingua è scritta in caratteri arabo-persiani, ha la stessa organizzazione di quelli delle nostre lingue e anche le moltissime parole prese dall'arabo sono comodamente elencate per iniziale e non per radice. E così presumo accada anche per l'urdu, con lo stesso tipo di scittura, e per il fratello hindi, con scrittura devanagari.

Spero che questo ennesimo viaggio attraverso i dizionari sia stato di vostro gradimento e vi faccio i miei migliori auguri per l'anno appena iniziato.

 

***

38 PAROLE COSÌ (gennaio 2004)

Ci sono alcune parole, inusitate, che mi sono particolarmente simpatiche.
Una di queste è "spocchia" (con tutto il corredo di spocchione, spocchioso, spocchiosamente) che così bene si attaglia (anche questa non è una parola simpatica?) a tanti personaggi pubblici che infestano i nostri schermi televisivi. È sinonimo di " boria" e "albagia", parola che usa Totò quando in "Miseria e nobiltà" rivolgendosi al suo socio lo sollecita a tale atteggiamento per sostenere la mistificazione in atto.
E che dire di "birignao": quanti attori ce l'hanno, anche se devo dire che ho l'impressione sia un vezzo che sta scomparendo.
Mi sento a volte "obnubilato" quando leggo certe critiche artistiche o d'altro genere che non sono altro che una sfilza di parole per riempire le cartelle e adoperate quasi sempre per attribuire gratuitamente al soggetto intenzioni, sentimenti, atteggiamenti che è ben difficile comprovare fossero suoi.
Una delle parole spesso usate in tali contesti è "introiettare", che, al contrario, non mi piace proprio per niente (non so perché mi fa venire in mente un poco elegante moto dei visceri) ed essendo un termine specifico è bene venga usata solo nell'ambiente che le compete.
Vi ho proposto una bella "miscela", "miscuglio", "mescolanza", altre belle parole oggi appiattite in un molto abusato "mix" che fa tanto "trendy"!

 

***

 

39 ATTUALITÀ (febbraio 2004)

Una parola molto attuale, anche perché ne ho avuto una recente fugace esperienza, è "influenza" (scusate la rima inevitabile), che ha alla base il latino "fluere".
Dopo gli ovvi "fluire", "influire" ed "influente" ed il neologismo (1980) "ininfluente", ecco un "fluitare" di tronchi d'albero sulla superficie di un "fluido" che scorre nel "fiume" il quale a sua volta è "affluente" e "confluisce" in altro corso d'acqua. I tronchi possono anche "flottare" se preferiscono parlare francese, ma senza dimenticare il progenitore latino del termine. E "flottante" è anche parola che si aggira in Borsa e nell'ambiente bancario, dove si hanno frequenti '"fluttuazioni" che spesso fanno venire ai poveri investitori delle "flussioni", "afflusso" eccessivo di sangue .
Pare, invece, che "flotta" non abbia nessun rapporto diretto con i "flutti" in quanto le mie fonti dicono che deriva dallo spagnolo "flota", via il francese "flotte" a sua volta dallo scandinavo "flijôta", navigare.
A proposito di "affluente" c'è da dire che il suo significato antico di copioso, abbondante, ci è ritornato nel 1963 tramite l'inglese nel suo significato di benestante, ricco (the affluent society).
Infine (possibile?) abbiamo "fluoro", elemento chimico irritante, cosa che spero di non essere stato io con il "flusso" aperto dalla mia ricerca nell'amato dizionario!

 

***

40 FOTOMANIA (marzo 2004)

Si tratta senz'altro di un parola di mia invenzione, ma dovrebbe indicare appunto quella mania per la foto che ha avuto un bell'impulso dalla diffusione delle fotocamere digitali. Ebbene, devo confessare che anch'io, così schivo nei confronti delle mode, ne sono caduto preda in questi giorni ripudiando le mie tre o quattro macchine divenute ormai obsolete e di notevole minore praticità.
Ma per la mia solita mania (altra, ma di vecchia data) di giocare (se dico giuocare i miei nipoti mi prendono in giro) con le parole, procederò ad un'operazione chirurgica su "foto-camera digitale" che ho qui già smontato nelle tre parti che la compongono.
Il primo elemento, foto-, come tutti sanno viene dal greco phôs, cioè luce: nel mio solito dizionario DISC conto ben oltre 150 parole che l'hanno come iniziale: fotoamatore, fotocopia, fotocomposizione, fotografia, fotomodella, fotone, fotosintesi ecc.
Il secondo elemento, -camera, ci viene dall'inglese (1942) nel senso di "macchina per riprese fotografiche, cinematografiche, televisive", che, a sua volta l'ha presa dal Latino "camara, camera , che a sua volta l'ha presa dall'onnipresente greco ed ha il significato di cripta, camera con soffitto a volta, ma che nell'accezione di cui ci stiamo occupando è in realtà un'abbreviazione di "camera obscura" (attestata in inglese nel 1727) e, con il senso attuale, attestata nel 1840. L'inglese ha, oltre a room per camera come locale, il più specifico e idiomatico "chamber" (con la stessa etimologia), che è il luogo dove si compiono atti amministrativi (Chamber of Commerce), si tengono riunioni di rappresentanti. A questo proposito, secondo DISC, la Camera (dei deputati per esempio) sarebbe appunto un calco dall'inglese Chamber (of Parliament).
Non allontaniamoci comunque troppo dal terzo elemento, digitale. Anche qui, passando per l'inglese tecnico-scientifico, abbiamo ancora un etimo latino e cioè "digitus", dito, ma là ha significato di cifra, anzi precisamente delle prime cifre, che sono appunto quelle che si contano sulle dieci dita. L'aggettivo significa "Riferito alla rappresentazione di una grandezza per mezzo di un numero finito di simboli, quali per esempio le cifre (si contrappone ad analogico)..." (cito da DISC). L'amico computer ne fa ampio uso.
La digitale (stesso etimo di dito per l'aspetto della corolla) è invece una pianta officinale, dalla quale si estraggono dei principi usati nella terapia di patologie cardiache. Che spero non sia quello che vi ho procurato con tutto quanto sopra.
(Mi è sempre piaciuto pensare che la digitalina fosse una medicina da somministrare al computer!)

 

***

41 LE BELLE FAMIGLIE ITALIANE (marzo 2004)

Anche stavolta faccio una scorpacciata di dizionario ed è proprio in tema perché voglio fare la conoscenza con i membri della famiglia past-.
Si comincia (come è anche logico) con la pasta, asciutta o in brodo, poco importa: il suo ascendente è, secondo DISC, il latino pàstam che ne è debitore (tanto per cambiare) verso il greco pastà "una specie di farinata".
In realtà tre sono i rami della famiglia: quello appena conosciuto che annovera pastafrolla, pastaio, pastarella, pastetta (così in voga in certi ambienti politici e non), pasticca, pasticcio e pasticcino, pastiera, pastificio.
Un altro ramo comprende qualche cugino "foresto" come pasticceria, dal francese pâtisserie - attestato nel 1600 - dove lavora il pasticcere, tutti con un antenato pâte e quindi sempre pasta.
Il terzo ramo, di parentela un po' più lontana, è quello che ci procura - a non tutti ahimè - il pasto quotidiano e proviene dal latino pâstum da pascere, pascolare; nei pascoli si mettono le pastoie, ma non solo in questi luoghi, come ben sa chi deve avere rapporti con l'onnipotente e onnipresente burocrazia. C'è naturalmente il pastore con il pastorale, che, in questi tempi moderni ha lasciato ben volentieri al vescovo. Per ingannare il tempo, il pastorello, si dedica a una pastorella che nella tradizione provenzale è un " componimento lirico che rappresentava il dialogo amoroso fra un cavaliere e una giovane pastora ". I malpensati sono così serviti da questa citazione letteraria perché i due, in effetti, si dedicano alla pastorizia, mentre nel rio adiacente il pescatore pensa a pasturare le trote.
A tutt'altra famiglia, questa volta genuinamente francese, appartengono pastorizzare e tutti i derivati . Infatti il loro papà è il Dottor Louis Pasteur (1822-1895), nemico dichiarato dei germi della fermentazione.
Termino qui queste mie note di carattere alimentare rendendomi conto di avervi servito un bel pastone.

 

***

42 AFFARI ... DI FAMIGLIA (aprile 2004)

Una volta ancora voglio parlare di alcuni membri della mia amata "famiglia" di dizionari e vocabolari. Essa si è recentemente arricchita di un prestigioso componente, il "Grande Dizionario Italiano dell'Uso" di Tullio De Marco, in sette volumi.
E se ne parlo, al di là dell'apprezzamento per l'opera in sé, lo faccio con una punta di amarezza.
Mi spiego: come chi m'ha seguito ricorderà, sostengo che le parole straniere (specialmente inglesi e americane) di cui abbonda la nostra parlata odierna, dovrebbero essere pronunciate il più possibile come nella lingua originale; così provo un senso di disagio profondo di fronte alla pronuncia italianizzata (?) di bowling, mountain bike, suspense, per citarne solo alcuni esempi. Orbene il De Marco, pur indicando anche la pronuncia corretta di queste parole (e di tante altre), mette in primo piano appunto quella corrente, che nel caso specifico indica come buling, muntan baike, sàspense. Capisco che la risposta sta nel titolo stesso del dizionario " dell'Uso", ma questa scelta, che provenendo da sì alto loco diventa omologazione, non mi trova consenziente: in tutta umiltà avrei registrato prima la pronuncia corretta e, poi quella dell'uso.
Altri membri della famiglia, che sono arrivati come graditissimi regali natalizi "Parole per Ricordare, Dizionario della Memoria Collettiva" di Massimo Castoldi e Ugo Salvi e "Neologismi Quotidiani" di Giovanni Adamo e Valeria della Valle, mi permetteranno di affliggervi con le mie ricerche fatte su sempre più corposo materiale.
Infine, qualche tempo fa ho avuto uno "choc", o forse uno "shock"? Non so: il mio Devoto Oli fa derivare la parola dall'inglese "shock", colpo, sussulto, ma non registra (forse perché un poco "datato") "scioccare" e "scioccante" che invece il Sabatini Coletti (che fa derivare "choc" dal francese "choquer") registra, facendoli derivare anch'essi dall'inglese. Se scorrendo l'OED (Oxford English Dictionary) ci si addentra nei vari significati di "shock" si rimane veramente scioccati: con origini diverse e diverse vicende temporali si va da "...un gruppo di mannelli di spighe di grano, un cumulo..." (accezione che ho trovato anche in un giallo di Ellis Peters nel quale questa parole entra nel nome di un pub, Shock of Hay) a "...un gruppo di sessanta pezzi..." e infine il familiare shock come "colpo, urto" che l'OED, tanto per chiudere il discorso, dice forse derivare dal francese!

***

43. A RUOTA LIBERA (maggio 2004)

Abbandonando per una volta gli amati e consueti dizionari italiani, ho rivolto la mia attenzione a quelli etimologici, dei gerghi e dei dialetti, e di altre lingue, per andare alla scoperta di qualche curiosità che abbia attinenza con le "lingue locali o regionali" (mi sembra più appropriato chiamare così i "dialetti").
Cogliendo a caso, come mi piace fare completamente a ruota libera, comincio con aledòn, esortativo veronese per "suvvia!" che il "Dizionario storico dei gerghi italiani di Ernesto Ferreo (DSGI)", dice ricavato dal francese allez donc. Questo mi ha fatto immediatamente ricordare che in turco didon vuol dire "francese" da dit donc, intercalare frequentissimo in quella lingua, parlata.
Nel "mio" genovese (sono autore di un Vocabolario genovese-italiano) si ha (o perlomeno si aveva) l'esortativo alun dal francese alons, per "andiamo, suvvia, piantiamola lì", che la mia nonna materna usava sempre quando noi nipoti diventavamo pestiferi e le facevamo perdere la pazienza.
La parola italiana "abbaino" verrebbe dal genovese abbèn o abbain, lastra di ardesia per ricoprire i tetti, dal "Dizionario etimologico dei dialetti italiani di Manlio Cortelazzo e Carla Marcato (DEDI)", parola che a sua volta, significando "piccolo abate", si rifà al colore della tonaca dei monaci.
Il genovese pacciornia o il siciliano paciornia, hanno il significato di "flemma, fiacca" e derivano dallo spagnolo pachorra (DEDI).
Técchio del toscano e corso vuol dire "grasso, sodo": è della stessa famiglia del genovese teccio che significa sazio e genera il verbo pronominale tecciâse "saziarsi, godersi una cosa" (DEDI); il tutto verrebbe dal longobardo *thichi (forma ricostruita). Tec in milanese vuol dire "tetto" ed è parola celtica. A mia notizia teccio, in Liguria, dovrebbe significare anche "tetto", perlomeno nel contado e probabilmente in zone vicine alle parlate lombarde.
Siccome sento mugugnare, cerco di porre freno al mio andare per non precipitare in un derrùo che in genovese, oltre a scroscio d'acqua, significa anche "dirupo".

***

44. Nulla

***

45. PAROLE INCONSUETE (settembre 2004)

Ed eccoci qui di nuovo alle prese con le nostre glottocuriosità. Quando cominciai questa rubrica avevo pensato di chiamarla, inventando delle parole, "etimomachia" o forse "glottomachia" riferendomi a naumachia e tauromachia, rispettivamente battaglia di navi e corrida, sempre come spettacolo. Queste sono alcune delle parole inconsuete di cui parlerò qui di seguito in modo euristico, perché pongo alla base delle nostre (e insisto sul "nostre") ricerche l'ipotesi che tutto ciò sia interessante. Proseguiamo.
Il linguaggio medico è pieno di parole riservate agli "addetti ai lavori", ne scelgo due a caso, molto inconsuete, amebìasi, malattia infettiva provocata dalla presenza di amebe nell'intestino (è una malattia essenzialmente tropicale che lascia segni indelebili) e anchilostomìasi, detta anche anemia dei minatori; ne parlo da un punto di vista etimologico e della corretta pronuncia perché il suffisso -ìasi, inevitabilmente greco, è usato per indicare le malattie parassitarie, mentre -àsi , del linguaggio chimico, sempre di origine greca, indica gli enzimi vegetali; ciò porta ad una diversa pronuncia, per esempio in transaminàsi, enzima che è specialmente indicatore della funzionalità epatica, da qui risulta errata la pronuncia amebiàsi e anchilostomiàsi che si sente anche per bocca dei medici. I quali commettono spesso l'errore di pronunciare appéndice invece del corretto appendìce. Non si tratta qui di parola inconsueta, ma il riferimento mi sembra puntuale e addirittura apodittico, cioè evidente.
Ritornando un momento al prefisso trans-, sappiamo che in esso c'è il concetto di attraversamento, passaggio da un luogo o condizione ad altro luogo o condizione ed è usato in parole più dotte di quanto non accada con il suo fratello tras-, a questa famiglia appartengono due parole inconsuete come transeunte, destinato a perire, transitorio e transiente, ancora transitorio, specialmente nel linguaggio della fisica ed arrivato in italiano dall'inglese, intorno al 1957, sia pure sempre derivante dal latino.
Forse il mio modo di trattare le parole è un poco empirico, si basa cioè su di un'esperienza spicciola, che però non ha nulla a che vedere con l'empìreo, paradiso, cielo dei beati, luogo che senz'altro spetta a chi mi segue con pazienza e, spero, fedeltà.



 home >