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 Sudan, un viaggio in corriera

 Occorre sopralluogo a Malakal per offerta aeroporto, così decidono i grandi capi dell'impresa. Si parta! E Beppe ed io, Carlo, voliamo verso Khartoum. Valigia completa di tenda e altro: la mia esperienza nomade sudanese degli ultimi tre anni '50, dovrà pur servire anche negli anni '80 in cui ci troviamo ora.

A Khartoum doccia fredda: non si riesce a noleggiare nessun mezzo a causa della penuria di carburante, la stagione delle piogge è imminente, sono quasi 800 km di pista. Però possiamo tentare di avvicinarci. A Kosti c'è ancora un grosso cantiere della Recchi, concorrenti/amici che si sono dichiarati disposti a collaborare perché non in lizza per questa gara. Kosti, sul Nilo Bianco, all'estremo sud ovest della Gezira, che qui Gezira non è più. Possibilità: su strada (leggi pista) che è quella che costeggia la sponda destra del grande fiume, sono circa 300 km; oppure, ferrovia. Si, ma fa il giro del mondo passando per Wad Medani e Sennar (qui sì è Gezira, cioè cotone, e altre coltivazioni). Aggiungendo altri quasi 200 km e innumerevoli ragioni di lentezza.

Ma lo sapete che c'è un servizio regolare di corriera? Ah, si? Ne parlano bene, proviamo! Andiamo ad acquistare il biglietto. Costa poco. La stazione delle corriere si presenta abbastanza bene, piena di attività; tipico odore pungente dal vicino suk. Sarà divertente. Già ma e l'acqua? ci sarà? Meglio organizzarsi. Acquistiamo un thermos enorme con rubinetto; lo riempiamo di ghiaccio preso in albergo. Ci provvediamo di panini, stessa provenienza.

Prime luci del giorno, saliamo a bordo. Ambiente abbastanza pulito e ordinato, sedili comodi; aria condizionata (cioè finestrini aperti e tende svolazzanti); moderatamente affollato. Il viaggio procede regolare se per regolarità si intende un serie continua di sobbalzi e zaffate di polvere (e di caldo) negli occhi, ma è lo stesso divertente. La temperatura comincia a salire, tra poco arriveremo a regime, cioè verso i 50°, ma il gran secco fa sopportare bene il disagio. A proposito e se ci bevessimo un poco di quella freschissima acqua? Già, bisognerebbe che ne fosse rimasta! Infatti gli scossoni hanno lentamente allentato il rubinetto del nostro thermos e quel poco rimasto è appena sufficiente a farci ingoiare bocconi dei panini. Ma per fortuna ci si ferma a Geteina; l'inevitabile sciai (tè) scottadita oppure l'altrettanto inevitabile Pepsi (mi sorge un dubbio c'era ancora negli anni '80? che sia una sovrapposizione di ricordi?) ci alleviano la sete che, peraltro, è del tutto sopportabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunque a pomeriggio inoltrato arriviamo al cantiere Recchi; recuperiamo il nostro bagaglio sepolto sotto strati di umanità che viaggia sul tetto della corriera e facciamo conoscenza con il capo cantiere (di cui mi spiace non ricordare il nome, era persona così gentile e simpatica).

Gli alloggi e la mensa sono molto belli, peccato non ci sia quasi nessuno: ormai i lavori sono finiti ed il ponte fa bella mostra di sé con le sue possenti strutture ad unire le due sponde del Nilo su questa importante strada che porta a El Obeid, capitale del Kordofan e a El Fasher, capitale del Darfur. Non lontano si vede la struttura aggraziata di quello vecchio della ferrovia, in ferro, che prima della costruzione di questo nuovo in calcestruzzo, ospitava su due strette ali laterali anche il traffico di veicoli e quello dei pedoni.

I due ponti sono monumenti: quello in ferro all'ingegneria coloniale britannica, così essenziale e pratica, e quello in calcestruzzo all'ingegneria italiana, moderna e geniale; è un mio commento senza enfasi o retorica. Quante volte sono passato su quello in ferro tanti anni addietro! ho ancora negli orecchi il rumore delle assi dell'impalcato che si lamentano sotto il peso del veicolo o gli occasionali urtoni contro le strutture, così pazienti e, devo dire, resistenti. La prima volta è stato durante il mio viaggio di nozze, nel '57... ma questa è un'altra storia.
Al lavoro! Con i buoni uffici del capo cantiere abbiamo una riunione con un possibile noleggiatore di una Land Rover per il sopralluogo a Malakal. Lunghe trattative (condotte in arabo con i miei ricordi linguistici che affiorano man mano che procede il colloquio) e complicati programmi in considerazione anche e specialmente della stagione delle piogge che, dovendoci noi spostare così decisamente verso sud, diventa sempre più incipiente; le piste possono infatti restare impraticabili per giorni e rendere il viaggio impossibile. Le perplessità circa la situazione hanno fine quando Beppe, esperto anche in meccanica, chiede di dare un'occhiata al mezzo su cui dovremo basare il nostro viaggio: è in condizioni veramente pietose dal punto di vista motore e trasmissione. Con questo trabiccolo non si può partire. Che fare?

  Intanto utilizziamo il tempo a disposizione per fare qualche ricerca di altro genere; andiamo a Rabak, di fronte a Kosti, sull'altra sponda del Nilo, dove esiste un cementificio. Anche qui è per me un affiorare di ricordi: nello spiazzo compreso nell'ampia curva che la ferrovia fa per accedere al ponte ho avuto per molto tempo il campo base (tutto di tende, come al solito) da cui facevo un fitta rete di ispezioni di carattere idrogeologico nella zona. Proprio da uno dei luoghi che avevo visitato nel '58, Nyafur Abu Dekheira, viene la marna usata nel cementificio.

Un ricordo: viveva in questa zona un "santone", un certo El Mahi, molto rispettato che cercava di opporsi in tutti i modi alle prospettive di miglioramento dell' approvvigionamento idrico dei vari paesetti circostanti insistendo perché fosse preferito quello in cui risiedeva; io sospettavo che si comportasse così per mantenere una posizione di influenza e prestigio e questo presunto atteggiamento lo rendeva ai miei occhi persona sgradevole e infida; non posso tollerare chi mette i paraocchi ai propri simili! Torniamo alle nostre peripezie: al cementificio otteniamo qualche utile informazione sulla possibilità di approvvigionare il cemento; la produzione è comunque contingentata, si renderanno necessarie ulteriori indagini a Khartoum. Il giorno dopo ci si informa in giro sempre per il viaggio da fare: non ci sono altre macchine affidabili e ciò si spiega con la situazione economica generale del paese che fa sì che manchino i pezzi di ricambio necessari a mantenere in efficienza i mezzi di trasporto. Mi chiedo come mai il servizio di corriera funziona.

Restiamo ancora un giorno e poi decidiamo di ripartire alla volta di Khartoum; potremmo provare ad andare a Malakal in aereo (ma anche questo si rivelerà poi praticamente impossibile).

Abbiamo modo di vedere la flotta dei pontoni usata nella costruzione del ponte, circondata e quasi immobilizzata dalla coltre di giacinti d'acqua che crescono rigogliosi nel Nilo: è veramente uno spettacolo indimenticabile. Nell'attesa di ripartire ci divertiamo ad osservare le evoluzioni e i giochi delle cicogne (fatti più in là che salto io!) che vedremo poi numerose appollaiate sulle capanne dei villaggi attraversati sulla via del ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La corriera è stavolta molto più affollata: c'è un continuo passaggio di contenitori d'acqua che da certi recipienti situati in coda vengono trasferiti ad un'umanità vociante che sembra sul punto di morire di sete (moia, billahi! acqua per carità di Dio!).

Il paesaggio per un bel tratto di strada è veramente impressionante: ecco il nulla! esaltato dalla presenza di quell'unico albero.

Come Dio vuole arriviamo a Khartoum, un po' con la coda tra le gambe: la nostra mini avventura è finita con un bell'insuccesso.

Ma questa è l'Africa, signori, con la sua bellezza e la sua imprevedibilità.


Ma'assalama!